Il nostro Presidente dovrebbe dimettersi piuttosto che firmare certe leggi

Il nostro Presidente dovrebbe dimettersi piuttosto che firmare certe leggi

Presidente Napolitano,

non è vero che Lei non aveva alcun potere di impedire che la legge sullo scudo fiscale venisse promulgata.

Presidente, Lei secondo la nostra Costituzione ha la funzione di arbitro e garante della Costituzione, e aveva pertanto il dovere di mandare un messaggio forte al Parlamento e al Paese non firmando quella legge.

Presidente, Lei ha già firmato il Lodo Alfano, e stavolta si è reso nuovamente complice di questo sistema politico ignobile.

Presidente, se Lei fosse degno di essere chiamato “Presidente”, piuttosto che firmare questa legge si sarebbe dimesso.


Tragiche analogie tra l’Italia prefascista e quella attuale



Il 30 Maggio 1924 Giacomo Matteotti, socialista intransigente, prese la parola dal suo banco di deputato. Il suo discorso, che avrebbe potuto esaurirsi in meno di un’ora, ne durò quattro perché continuamente interrotto dai fischi e dagli urli dei fascisti. Presidente dell’Assemblea era Enrico De Nicola, che invano scampanellava per riportare la calma. I fascisti, quando non urlavano, picchiavano ritmicamente i pugni sul sul banco per coprire la voce dell’oratore che, imperterrito, diceva dei risultati elettorali del 6 Aprile: «Contro la convalida, noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti, non li ha ottenuti di fatto e liberamente».

Scoppiò il putiferio. Matteotti aspettò che si placasse, poi cominciò ad elencare le prove del clima di violenza che aveva falsato il verdetto popolare. Ad ogni tempesta di fischi e minacce, Matteotti rispondeva: «Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumore. I fatti o sono veri, o li dimostrate falsi». «Voi svalorizzate il Parlamento» urlò una voce. «E allora sciogliete il Parlamento». Farinacci esplose «Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto!». «Fareste il vostro mestiere» ribatté Matteotti, e ricominciò a motivare le sue denunce nel solito frastuono. «Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade…» ripeteva De Nicola, e rivolgendosi a Matteotti lo sollecitò: «Concluda, onorevole Matteotti, non provochi incidenti». Matteotti s’infuriò: «Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto a parlare». «Sì, ma ho anche quello di raccomandarle la prudenza» ribatté De Nicola, come presago di quanto sarebbe accaduto. «Io chiedo di parlare non prudentemente né imprudentemente, ma parlamentarmente» ribatté Matteotti, e riprese la sua requisitoria intesa a invalidare le elezioni del 6 Aprile. Quando ebbe finito, nel solito uragano di grida e minacce, disse, rivolto ai suoi vicini di banco: «Ho detto quel che dovevo dire, ora sta a voi preparare la mia orazione funebre».

Da L’Italia del Novecento, di Indro Montanelli e Mario Cervi, 1998 RCS Libri S.P.A., Milano.

I corsivi e i neretti sono miei.

Per approfondire:

Il testo della legge;

La giustificazione e la spiegazione del Ministero della Giustizia di questa legge che farà calare le tenebre sul nostro Paese;

La spiegazione dell’Unità di cosa cambierà;

Marco Travaglio spiega la legge porcata;

Come si impedisce a De Magistris di dire la verità, così che la gente non possa sapere: la si butta in caciara.